Gestált

Cenni storici:

Friz Perls e la nascita della Terapia della Gestalt

La parole Gestált di origine tedesca sta a indicare una forma compiuta,  non è direttamente traducibile possiamo dire che il verbo Gestalten in tedesco si può tradurre come  dare una forma compiuta.
La terapia della Gestalt nasce intorno al 1950 ad opera di Frederick Perls la prima pubblicazione avviene con il testo scritto su indicazione di F. Perls  da R. Hefferline e     P. Goodman i quali in verità, non fanno altro che scrivere un testo “Teoria e pratica della terapia della Gestalt” dal quale Perls prese subito le distanze. Il testo aveva la pretesa di indicare qual erano i presupposti della nuova terapia, ma allontanandosi dai veri principi che  avevano sostenuto Perls,  diventa un manuale ostentato e pomposo dal quale molti come Perls nutrivano forti dubbi
Frederick Perls, chiamato Fritz, nasce a Berlino nel 1893. Adolescente indisciplinato e ribelle, si avvicina al teatro, ed in particolare alla scuola di Reinhardt, basata su una profonda conoscenza e su un ampio utilizzo del linguaggio del corpo.

A Berlino si laurea in medicina, e pochi anni dopo la laurea si forma presso l´Istituto di Psicoanalisi Classica.Il nuovo approccio Gestaltico, con  dopo alcuni anni di incubazione, si diffuse con forza inaspettata, sia negli Stati Uniti che in Europa.
La terapia della Gestalt è, essenzialmente, terapia dell´autoconsapevolezza, e deriva da una sintesi coerente di più correnti filosofiche, metodologiche e terapeutiche, europee, americane e anche orientali

I principali fondamenti teorici della terapia della Gestalt derivano dalla psicologia della forma.
In particolare, Perls si soffermasulla teoria del campo di Kurt Lewin, il principio secondo il quale l’individuo è inevitabilmente, in ogni momento, parte di qualche campo. Il suo comportamento è una funzione del campo totale, che comprende lui e l’ambiente. (Perls, 1973, p.27)

La spiegazione circa le dinamiche interagenti nel campo è arricchita da Perls mediante il riferimento al principio di autoregolazione organismica di Kurt Goldstein (secondo il quale tra individuo e ambiente c’è una continua negoziazione tesa all’attualizzazione delle risorse potenziali e al raggiungimento della situazione ottimale dal punto di vista del riequilibrio energetico), e agli studi sulla dinamica figura-sfondo. Studi, che Rubin aveva condotto nel campo della percezione visiva e che Perls traspone in campo psichico,  per spiegare il processo attraverso il quale l’individuo percepisce gli elementi più rilevanti in un dato momento nel campo come l’emergere di una figura sullo sfondo.
La configurazione del campo individuo-ambiente,  dunque, dipende dall’equilibrio che si stabilisce tra le forze di attrazione e repulsione che, in un dato momento, attraversano il campo, sia in direzione degli elementi esterni all’individuo che in direzione di quelli del suo mondo interiore.
Ogni qual volta l’individuo percepisce un bisogno, o un elemento esterno verso il quale è “caricato” energeticamente (sia in senso positivo che negativo) si presenta a lui,  l’equilibrio del campo viene sconvolto: una Gestalt si apre e chiede di essere conclusa. Se l’individuo sarà capace, di volta in volta, di identificare i suoi bisogni dominanti, che emergono come figure sullo sfondo, e di instaurare con l’ambiente il contatto più adeguato per la loro soddisfazione, allora l’equilibrio sarà ripristinato, la Gestalt potrà essere conclusa. L’individuo sarà pronto per nuove esperienze, nuovi contatti con l’ambiente, nuove Gestalt si formeranno per essere  successivamente chiuse. Se, invece, il processo omeostatico, avvero l’equilibrio tra individuo e ambiente, fallisce, perché l’individuo non è stato capace di identificare i suoi reali bisogni, o perché non ha saputo stabilire con il suo ambiente un contatto adeguato, la Gestalt non si chiude, rimane incompiuta; e una Gestalt inconclusa che pone continue interferenze al flusso di scambi tra l’individuo e l’ambiente, determinando una certa fissità nelle modalità con cui questi manipola e interagisce con l’ambiente stesso.  L’elemento che differenzia maggiormente l’individuo sano da quello nevrotico è, infatti, per Perls proprio                    l’elemento di mobilità.
Un modello sano di funzionamento prevede, dunque, un continuo, armonico e ritmato processo di apertura e chiusura verso l’ambiente, o come direbbe Perls, di contatto e ritiro:

Se il contatto è troppo prolungato diventa inefficace o doloroso; se il ritiro è troppo prolungato interferisce nei processi vitali. Contatto e ritiro, in una struttura ritmica  sono i mezzi per soddisfare i nostri bisogni, per continuare i processi costanti della vita stessa. (Ibidem, p.33)

Nel corso della terapia, quindi

(…) dobbiamo ristabilire la capacità di discriminazione del nevrotico. Dobbiamo aiutarlo a scoprire cos’è che cosa non è lui stesso; cosa lo realizza e cosa lo frustra. Dobbiamo guidarlo verso l’integrazione. Dobbiamo assisterlo nella ricerca del giusto equilibrio e del confine tra sé e il resto del mondo. (Ibidem, p.48)

(…) il paziente deve tornare in sé, tornare ai suoi sensi. (…) Deve smettere di allucinare, di trasferire e proiettare. Deve smettere di retroflettere e di interrompersi. (Ibidem, p.97)

Nel far ciò l’attenzione è posta sul qui e ora, piuttosto che sul lì e allora, e sul come, piuttosto che sul perché.
Perls critica l’approccio delle terapie tradizionali basto sulla ricostruzione storica e          l’interpretazione per vari motivi. Prima di tutto ritiene limitante il focalizzarsi su di un unico insieme di cause (i conflitti passati), in quanto un tale approccio rende l’analisi cieca a tutti gli altri fattori; inoltre egli mette in dubbio il fatto che basare la terapia sulla ricerca dei perché della nevrosi risolva davvero il problema.

Finché si continuerà a nutrire con interpretazioni tali pazienti, soprattutto quelli bloccati emotivamente, essi si rannicchieranno contenti nel bozzolo della loro nevrosi, ronfando beatamente. (Ibidem, p.76)

Se, invece, il soggetto diventa veramente consapevole del come delle proprie interruzioni, cioè di come, piuttosto che perché, nel qui e ora, egli produce le proprie difficoltà, allora potrà aiutarsi da sé a risolverle nel presente.

Per dissolvere un sintomo nevrotico (…) si ha bisogno della consapevolezza del sintomo in tutta la sua complessità, non di un’introspezione intellettuale, né di spiegazioni. (Perls, 1947, p.241)

Le domande che iniziano con un ´perché´ non danno luogo ad altro che a risposte belle e pronte, a difese, a razionalizzazioni, a pretesti, e al delirio che un evento è spiegabile con una sola causa. (…) Non è così per il “come”. Il ´come´ indaga sulla struttura di un evento, e una volta chiarita la struttura tutti i perché ricevono automaticamente una risposta. (Perls, 1973, p.75)

Perls non nega che spesso l’origine dei propri problemi, delle proprie Gestalt inconcluse, abbia luogo nel passato, ma focalizza l’attenzione sul fatto che questi siano prima di tutto operanti nel qui e ora, e che è solo nel presente che possono essere affrontati e risolti.

Per chiudere definitivamente il libro sui problemi passati, il paziente deve chiuderlo nel presente (ibidem, p.65)

Le principali tecniche terapeutiche della Terapia della Gestalt

L’ autoconsapevolezza è, dunque, uno degli obiettivi primari, forse, l’obiettivo primario della terapia della Gestalt. Una delle tecniche principali finalizzata, appunto, ad accrescere in tutti i sensi la consapevolezza del paziente è la così detta tecnica della consapevolezza. La procedura per sviluppare l’autoconsapevolezza consiste nell’estendere in ogni direzione le aree dell’attuale consapevolezza. Per riuscire in questo è necessario portare alla vostra attenzione, le vostre esperienze che preferireste evitare e non riconoscere come vostre. In seguito verrà lentamente alla luce l’intero sistema di blocchi su cui si basa la vostra abitudine, l’abituale strategia di resistenza alla consapevolezza. (Perls, 1951, p.91)
Sono cinque le domande, ormai diventate classiche, con le quali il terapeuta della Gestalt favorisce il processo di autoconsapevolezza (Perls, 1973, pp.73-74):

“Cosa fa?”, “Cosa sente?”, “Cosa vuole?”, “Cosa evita?”, “Cosa si aspetta?”.

Il lavoro sulla consapevolezza prevede infatti più livelli di indagine; Perls usa la metafora del “pelare la cipolla” (ibidem, p.73): si parte dalle bucce in superficie, il comportamento osservabile (cosa fa?), per poi passare via via agli strati più profondi, le sensazioni e le emozioni (cosa sente?), e in fine i processi cognitivi e volitivi (cosa vuole?; cosa evita?; cosa aspetta?) . Il terapeuta darà moltissima importanza anche alle risposte non verbali del soggetto in quanto, mentre il linguaggio mente, il corpo è più sincero, e spesso svela quando e come il paziente mette in atto le sue strategie automanipolative e difensive.
La tecnica della consapevolezza è essenzialmente una tecnica interrogativa (ibidem, p.75), che Perls contrappone e preferisce a quella assertivo- interpretativa affinché  (…) il peso del riconoscimento e dell’azione spetti alla persona giusta: cioè al paziente. (Ibidem, p.75)

Il compito del terapeuta è, dunque, solo quello di accompagnare il soggetto in questo, mai indolore, processo di consapevolezza, portandolo faccia a faccia con le sue contraddizioni e con gli aspetti negati di sé.
Lo scopo è di responsabilizzare il paziente: sentirsi responsabili della propria vita, della propria sofferenza come del proprio benessere.

Note bibliografiche

:
⦁ PERLS F. – R. H. HEFFERLINE – P. GOODMAN, Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 1971. (ed. or. 1951)

⦁ PERLS F. S., L’Io, la Fame, l’Aggressività, F. Angeli, Milano, 1995. (ed. or. 1969) PERLS F. S.,

La terapia Gestaltica parola per parola, Astrolabio, Roma, 1980. (ed. or. 1969)

⦁ PERLS F. S., Qui & Ora. Psicoterapia autobiografica, Sovera, Roma, 1991. (ed. or. 1969)

PERLS F. S., L’approccio della Gestalt & Testimone oculare della terapia, Astrolabio, Roma, 1977. (ed. or. 1973)

⦁ PERLS F. – P. BAUMGARDNER, L’eredità di Perls – Doni dal lago Cowichan, Astrolabio, Roma, 1983. (ed. or. 1975)

Analisi Transazionale: i fondatori e le origini, in breve

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Al fine di comprendere in cosa consista l’Analisi Transazionale, è doveroso fornire alcuni accenni su chi sia stato il fondatore dell’Analisi Transazionale ovvero Eric Berne.

La sua formazione in psicoanalisi e il suo intento a costruire un nuovo approccio alla psicoterapia lo portò ad elaborare nel 1957 uno dei suoi più famosi scritti: “Analisi Transazionale: un nuovo ed efficace metodo di terapia di gruppo”.

Dalla presentazione di questo scritto possiamo dire che l’Analisi Transazionale ha raggiunto nel corso degli anni la maturità come disciplina e ha acquisito un’accettazione internazionale come approccio professionale.

E’ quindi possibile affermare che l’Analisi Transazionale possa oggi essere utilizzata in qualsiasi campo in cui vi sia la necessità di capire le persone,  i rapporti e la comunicazione.
Analisi Transazionale: i concetti fondamentali

Il nome “Analisi Transazionale” indica chiaramente qual è l’oggetto principale di questa teoria: la “transazione” ovvero lo “scambio” che si verifica tra due individui che comunicano.

Più precisamente, con “transazione” si vuole intendere qualsiasi scambio che avvenga fra due o più persone: un dialogo è una transazione, cosi come può esserlo, ad esempio, uno scambio di gesti di affetto.

Nell’affrontare determinate situazioni, le persone, tendono a ripetere un “copione”, ovvero le esperienze vissute nell’infanzia, vengono continuamente riproposte come strategie operative, anche se a volte si rivelino auto-lesioniste o dolorose.

Le persone infatti, tendono a seguire le strade già tracciate per sentirsi più sicuri, limitando la possibilità di un pensiero divergente che riesca a trovare soluzioni a problemi vecchi e nuovi.

L’Analisi Transazionale è quindi una teoria psicologica che studia l’individuo all’interno dell’ambiente in cui vive, attraverso i comportamenti che manifesta.

Lo scopo di questa teoria della personalità è quello di indagare i comportamenti dei soggetti in relazione, comprendere le motivazioni per cui a volte si sente disagio ed individuare quali siano le modalità più opportune per evitare il disagio e vivere, il più possibile, in armonia.

Per raggiungere questi obiettivi, l’Analisi Transazionale, scompone la struttura della personalità in tre elementi distinti (stati dell’Io):

⦁ ◦Il Genitore

◦Il Bambino

⦁ ◦L’Adulto

Ognuno di questi stati di personalità si esprime, agisce ed entra in relazione con gli altri nelle diverse situazioni in cui ci veniamo a trovare.

⦁ Lo stato “Genitore” è’ costituito dall’insieme dei valori recepiti durante l’infanzia dai propri educatori: genitori, insegnanti etc.

⦁ Lo stato “Bambino” rappresenta quella che possiamo definire la parte “spontanea”, quella che conserva memoria delle emozioni vissute durante l’infanzia: entusiasmo, meraviglia, ma anche insicurezza e paura.

⦁ Lo stato “Adulto” invece, svolge il ruolo di mediatore fra gli altri due stati ed e’, in sostanza, la parte razionale.

Per individuare questi stati, sono analizzate molte indicazioni, che comprendono le parole utilizzate, il tono della voce e le espressioni del volto.

Essere consapevoli di quali siano gli stati dell’Io, dei ruoli giocati da noi stessi e dal nostro interlocutore nelle diverse situazioni, ci permette di adattarci meglio ad esse, di recepire corretta

mente il messaggio del nostro interlocutore e di rispondere in modo efficace.

Note Bibliografiche

:
⦁ Berne, E. Games People Play (A che gioco giochiamo. Milano: Bompiani, 1967);

⦁ Berne, E. A Layman’s Guide to Psychiatry and Psychoanalysis. New York: Simon & Schuster. 1968. (Guida per il profano alla psichiatria e alla psicoanalisi. Roma: Astrolabio, 1970).

Berne, E. Principles of Group Treatment (Principi di terapia di gruppo. Roma: Astrolabio, 1986);
⦁ Berne, E. Sex in Human Loving (Fare l’amore. Milano: Bompiani, 1971); Berne, E. The Structure and Dynamics of Organizations and Groups. N.Y.: Grove Press. 1966.

Berne, E. Transactional Analysis in Psychotherapy (Analisi Transazionale e psicoterapia. Roma: Astrolabio, 1971);

⦁ Berne, E. What Do You Say After You Say Hello? diviso in due parti nelle edizioni italiane: Ciao!… e poi?. Milano: Bompiani, 1979;

⦁ Cosa dici dopo aver detto ciao? Milano: Archeopsiche, Milano, 1993.

⦁ Berne, E., Intuition and Ego States. San Francisco: TA Press, 1977. (Intuizione e Stati dell’Io. a cura di Novellino M., Roma: Astrolabio, 1992)